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L’abbraccio artificiale e la mistificazione dell’anima

L’abbraccio artificiale e la mistificazione dell’anima

L’articolo di Gianfranco Costa dal titolo: “Delirio tecnologico” (http://cybercosta.org/2020/02/09/delirio-tecnologico/) pone l’attenzione su un fenomeno devastante: l’ottundimento della coscienza della morte, che è il corrispettivo dell’ottundimento della coscienza della vita.

L’abbraccio tecnologico di una madre con l’immagine virtuale della figlia morta, ottenuto con strumentazioni artificiali, devasta inoltre quell’intimo rapporto animico che da sempre congiunge i vivi con i morti e che si attiva con il ricordo, con un dialogo che si apre alla speranza di una relazione che non finisce con la vita corporea e che implica la riflessione sulla dimensione animica dell’essere umano.

L’abbraccio tecnologico costringe l’essere umano nel limitato orizzonte spazio-temporale della vita terrena e lo proietta in un’illusione disumanizzante, che fa perdere il rapporto con la realtà della vita. Realtà della quale la morte è l’inevitabile corollario, che va affrontato per quello che è, ossia con il disfacimento del corpo materiale e la fine di un’esperienza limitata nel tempo e nello spazio.

L’esorcismo della morte e delle sue conseguenze fa perdere di vista anzitutto il vero valore della vita, che è l’esperienza conoscitiva di se stessi e della relazione con gli altri e con il mondo nella condizione della corporeità, con il suo carico di gioie e di dolori, di emozioni e di sentimenti.

Vivere è conoscere se stessi nella propria dimensione corporea e, al contempo, scoprire ogni giorno che non siamo fatti di sola carne, che siamo capaci di immaginare, di pensare in astratto e simbolicamente, di creare e di sognare.

Il cartesiano cogito ergo sum, depurato dalla scissione tra res congitans e res extensa che nel corso della vita terrena non ha alcun senso, ci pone di fronte ad una nostra dimensione con la quale non possiamo non fare i conti: il nostro essere non solo corpo.

La psicologia ha elaborato teorie significative sul rapporto tra conscio ed inconscio e tra questo e l’inconscio collettivo, consegnando alla nostra consapevolezza un rapporto con noi stessi e con gli altri che costituisce una ricchezza non surrogabile da illusioni artificiali.

La dimensione animica è argomento di una riflessione da parte dell’essere umano da tempo immemore e il culto dei morti  ne è la più immediata testimonianza.

Nel corso dei millenni l’essere umano si è interrogato sulla sua essenza per cercare di capire se la vita è limitabile all’esperienza del corpo o se prosegue in altre dimensioni.

Le molteplici risposte date alla domanda se esista una vita in un’altra dimensione hanno avuto come elemento comune l’anima.

Sul tema dell’anima si sono sviluppate antiche ritualità, si sono esercitate le menti dei filosofi e di teologi e oggi la fisica, avvicinandosi alla metafisica, ci porta a considerarci quanti di conoscenza.

L’anima è diventata oggetto di indagine scientifica nell’orizzonte verso il quale la scienza si proietta nella propria origine e si fa filosofia.

Al ritorno della scienza alle sue origini filosofiche, con la conseguente attenzione alle domande fondamentali, si contrappone la tracotanza della tecnica, che sostituisce l’anima con l’artificio virtuale.

L’abbraccio della madre all’immagine artificiale della figlia morta è non solo la perdita del rapporto con la realtà, ma anche e, soprattutto, con la perdita dell’anima.

C’è una ragione che induce esperimenti di questo genere?

La risposta è nella deriva cosmista e nel tentativo in atto da parte di un’oligarchia finanziaria di farci diventare dei robot senz’anima, dei disumani cibernetici, dei moderni schiavi.

La deriva disumanizzante ha una regia che possiamo indentificare nell’oligarchia finanziaria mondialista e globalista, figlia dell’archetipo tribale del pastore e del gregge e riassumibile nella figura mistificante del Filantropo di Solovi’ev.

“C’era in questo tempo, tra i credenti spiritualisti – scrive Solovi’ev nel suo: Il racconto dell’Anticristo – un uomo ragguardevole, molti lo chiamavano superuomo, il quale era lontano dall’infanzia della mente e dall’infanzia del cuore. Egli era ancor giovane, ma grazie al suo genio eccelso a trentatré anni godeva fama di grande pensatore, di scrittore e di riformatore sociale. Cosciente di possedere in sé una grande forza spirituale, era sempre stato un convinto spiritualista e la sua vivida intelligenza gli aveva sempre indicato la verità di ciò a cui si deve credere: il Bene, Dio, il Messia. Egli credeva in ciò, ma non amava che se stesso. Credeva in Dio, ma nel fondo dell’anima involontariamente e senza rendersene conto preferiva se stesso a Lui. Credeva nel Bene, ma l’Occhio dell’Eternità, che vede tutto, sapeva che quest’uomo si sarebbe inchinato davanti alla potenza del male, appena questa riuscisse a corromperlo, non con l’inganno dei sentimenti e delle basse passioni e nemmeno con la suprema attrattiva del potere, ma solleticando il suo smisurato amor proprio. Del resto questo amor proprio non era né un istinto incosciente né una folle pretesa. A parte il suo talento eccezionale, la sua bellezza e la sua nobiltà, anche le altissime dimostrazioni di moderazione, di disinteresse e di attiva beneficenza, parevano giustificare a sufficienza lo sconfinato amor proprio che nutriva per sé il grande spiritualista, l’asceta, il filantropo. Se gli si rinfacciava di essere così in abbondanza fornito di doni divini, egli vi scorgeva i segni particolari di una eccezionale benevolenza dall’alto verso di lui e si considerava come secondo dopo Dio, il figlio di Dio, unico nel suo genere. In una parola egli riconosceva in sé quelle che erano le caratteristiche del Cristo. Ma la coscienza della sua alta dignità all’atto pratico non prendeva in lui l’aspetto di un obbligo morale verso Dio e il mondo, ma piuttosto l’aspetto di un diritto e di una superiorità in rapporto agli altri e soprattutto in rapporto al Cristo. Ma non aveva per Cristo un’ostilità di principio. Gli riconosceva l’importanza e la dignità di Messia; però con tutta sincerità vedeva in lui soltanto il suo augusto precursore. Per quella mente ottenebrata dall’amor proprio erano inconcepibili l’azione morale del Cristo e la Sua assoluta unicità. Egli ragionava così: “Cristo è venuto prima di me; io mi manifesto per secondo, ma ciò che viene dopo in ordine di tempo, in natura è primo. Io giungo ultimo alla fine della storia precisamente perché sono il salvatore perfetto, definitivo. Quel Cristo è il mio precursore. La sua missione era di precedere e preparare la mia apparizione”. E in base a quest’idea, il grande uomo del secolo XXI applicava a se tutto ciò che è detto nel Vangelo circa il secondo avvento, spiegando questo avvento non come il ritorno di Cristo stesso, ma come la sostituzione del Cristo precursore col Cristo definitivo, cioè se stesso”.

“La preferenza piena di amor proprio, che egli fa di se stesso nei confronti del Cristo – continua Solov’ev -, verrà giustificata da quest’ uomo con un ragionamento di questo genere: «Il Cristo è stato il riformatore dell’umanità, predicando e manifestando il bene morale nella sua vita, io invece sono chiamato ad essere il benefattore di questa umanità, in parte emendata e in parte incorreggibile. Darò a tutti gli uomini ciò che è loro necessario. Il Cristo, come moralista ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò con i benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi. Sarò il vero rappresentante di quel Dio che fa sorgere il suo sole e per buoni e per i cattivi e distribuisce la pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace. Egli ha minacciato alla terra il terribile ultimo giudizio. Però l’ultimo giudizio sarò io e il mio giudizio non sarà solo un giudizio di giustizia ma anche un giudizio di clemenza. Ci sarà anche la giustizia ma non una giustizia compensatrice bensì una giustizia distributiva. Opererò una distinzione fra tutti e a ciascuno darò ciò che gli è necessario”.

La figura del filantropo di Solovi’ev ha come tratto caratterizzante la tracotanza e la mistificazione, cosicché l’abbraccio virtuale di una madre con l’immagine artificiale della figlia morta è la mistificazione dell’incontro tra anime, con la distruzione dell’anima, surrogata da un artificio e conseguentemente con la distruzione dell’essenza umana.

La logica del filantropo finanziario mondialista, che si esplica in molteplici azioni, tese all’ottundimento della coscienza e all’allontanamento dalle regole del Lógos, per riprodurre quell’idea antica e mai tramontata che lo schiavo. Cosa è uno schiavo? “Un essere che per natura non appartiene a se stesso ma ad un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo; e appartiene ad un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà; e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all’azione e separato”. (Aristotele, Politica, I,5).

Schiavo di chi oggi l’essere umano se dimentica la sua umanità? Di una tecnica invasiva e dominante, nelle mani di un’oligarchia finanziaria che ha il volto del filantropo.

Alla tracotanza della tecnica governata dal filantropo si oppone la stoica filosofia del vivere conformemente al Lógos, inteso come legge generale dell’universo e come principio immanente del suo essere e del suo prodursi, con la conseguenza che la phýsis è, per quanto legata alla materia, un principio spirituale che plasma conformemente a ragione la materia.

“La phýsis non è altro che il Lógos, il quale è pertinente all’essere in modo necessario e in eterno quanto la materia. Lógos e materia sono due aspetti di un unico essere, di un’unica ousìa (sostanza)”. [1]

Il Lógos è principio universale che fa tutt’uno con la natura (phýsis), pertanto seguire la natura è seguire il Lógos.

Seguire la tracotanza dell’artificio è seguire la mistificazione del Lógos ad opera del filantropo; è essere innaturali e disumani; è essere avviati sulla via della schiavitù.

© Silvano Danesi


[1] Max Pholenz, La Stoa, Bompiani

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