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L’inizio della fine?

L’inizio della fine?

Nel 2017 viene fondata negli States una società con il nome di Neuralink. Il suo obiettivo è studiare il cervello umano e ipotizzare nuove interfacce per poterci interagire. Poco tempo fa, Elon Musk ha annunciato ufficialmente lo scopo delle attuali ricerche di quella sua società. Dopo una interessante introduzione, un esteso riassunto delle principali caratteristiche peculiari del progetto, il creativo imprenditore ha sostanzialmente ribadito quali sono gli obiettivi aziendali: implementare interfacce tra sistemi computerizzati e cervello umano.

Attualmente la ricerca è giunta al punto di inserire minuscoli elettrodi, ciascuno del diametro di pochi millesimi di millimetro, nel cervello di topi. La tecnologia attualmente a nostra disposizione consente di impiantare decine di migliaia di quegli elettrodi in spazi dalle dimensioni estremamente ridotte. Visti i risultati tecnicamente incoraggianti di questa prima versione, ha deciso di richiedere all’FDA statunitense l’autorizzazione per procedere allo studio ed alla sperimentazione anche su esseri umani.

Nel discorso introduttivo si prospettava l’ipotesi di poter riuscire a migliorare la vita di pazienti vittime di patologie cerebrali, dunque nobilissimo obiettivo, non c’è dubbio.

Nel proseguo della presentazione, durata più di un’ora e mezza, ha però chiarito quali fossero le finalità immediate dell’implementazione di tali tecnologie. Si tratta molto più banalmente di poter interfacciare direttamente il cervello umano con gli attuali dispositivi tecnologici di uso quotidiano, come computer, tablet, smartphones, etc.

Sicuramente molti ricorderanno un vecchio film di fantascienza, intrigo e azione il cui protagonista, un giovane Clint Eastwood, riusciva a pilotare un aereo militare modernissimo con l’ausilio di uno speciale casco in grado di “leggere” le intenzioni del pilota, una specie di comando diretto via pensiero.

Beh, spesso in questi anni la realtà ha superato e supera la fantasia: stavolta l’interfacciamento tra uomo e macchina pretende d’essere cablato direttamente, con elettrodi inseriti chirurgicamente nel cervello e sensori ad essi collegati, impiantati sottopelle con tecnologie simili a quelle degli attuali chip installati nei prodotti dei grandi magazzini per evitare i furti (RFID, identificazione a radiofrequenza).

Inizialmente pensavo potesse trattarsi di una tecnica dalle nobilissime possibilità riabilitative in caso di gravi patologie ma un brivido freddo ha percorso la mia schiena al rendermi conto del fatto che l’obiettivo, dannatamente commerciale, consiste nel comandare in questo modo computer e telefono cellulare da parte di persone perfettamente normali e in perfetta salute.

Nonostante le nostre attuali conoscenze appena ci permettono di iniziare a balbettare qualcosa circa il funzionamento del nostro cervello, una realtà incredibilmente complessa, a qualcuno pare sensato inchiodare migliaia di cavi tra i neuroni e le sinapsi che lo compongono, così, per il sottile gusto di non usare le dita.

Proviamo ad ipotizzare che vita farebbe questo proto-cyborg, con il cranio trapanato per evitare di usare gli arti. Se questo tipo di tecniche davvero prendessero piede, come cambierebbe l’esperienza quotidiana di conseguenza? Questi (ex?) esseri umani, ridotti a tastiere evolute e mouse biologici, potranno vivere senza che vari tipi di corrosione agiscano su ciò che resta delle loro cellule grige? E se si rompe un cavetto intracranico che si fa, si corre di nuovo in sala operatoria, tornando a trapanare il cranio per infilare elettrodi alternativi?

Davvero crediamo che in questo consista l’evoluzione, nel ridurci a dispositivi tecnologici causa stigmatizzazione di ataviche pigrizie motorie indotte dal consumismo sfasato che tutti ci condiziona? Confesso che certe notizie riescono a provocare in me sensazioni goliardicamente contrastanti, mi ritrovo a vagabondare tra i meandri della mia coscienza tra il deluso e l’irritato, cercando di controllare quanto più ironicamente possibile la rabbia, continuamente mitigata dalla voglia di vedere che diavolo succede e dalla simultanea speranza che l’FDA mai possa concedere tale permesso.

Siamo caratterizzati da una innata, irrefrenabile voglia di evolvere, di colmare quella insistente sete di conoscenza, forse null’altro che un eco di ancestrali pienezze essenziali alle quali aspiriamo tornare, prima o poi. Credo però che quando tutto ciò si lascia corrompere da banali logiche di mercato in nome di una supposta alta tecnologia, dimenticando gli infiniti che ci permeano l’anima, allora stiamo deviando dall’obiettivo. Sono convinto che il traguardo deve rimanere quello di una continua crescita come persone, come esseri incarnati in questo contesto che però mai devono lasciarsi alle spalle la loro propria natura trascendente. Così come non esiste formula matematica in grado di quantificare il sentimento che sperimentiamo nei confronti delle persone che amiamo, alla stessa maniera dovremmo credo ricercare sempre di più quella nostra essenza, sapendo che la tecnologia in questi casi non aiuta. Crescere spiritualmente, interiormente, per essere poi capaci di vivere al massimo delle nostre possibilità la nostra contingenza reale, invece di decadere a meri dispositivi semiautomatici implementati per sciocca pigrizia. Voi che ne dite, esagero?

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