Blog Post

AUTOPSIE: COLPEVOLI INADEMPIENZE HANNO NEGATO LA SCIENZA A FAVORE DELL’IDEOLOGIA DELLA PAURA

AUTOPSIE: COLPEVOLI INADEMPIENZE HANNO NEGATO LA SCIENZA A FAVORE DELL’IDEOLOGIA DELLA PAURA

In data 22 gennaio 2020, il Ministero della Salute emette un comunicato con il quale dà notizia della prima riunione di una task-force relativa al 2019-nCoV.

Nella stessa data il Ministero della Salute  (Direzione generale della prevenzione sanitaria ufficio 05 – Prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale), emette la Circolare – 0001997-22/01/2020-DGPRE-DGPRE-P, con la quale avverte che le ”informazioni attualmente disponibili suggeriscono che il virus possa causare sia una forma lieve, simil-influenzale, che una forma più grave di malattia. Una forma inizialmente lieve può progredire in una forma grave, soprattutto in persone con condizioni cliniche croniche pre-esistenti, quali ipertensione, e altri problemi cardiovascolari, diabete, patologie epatiche e altre patologie respiratorie; anche le persone anziane potrebbero essere più suscettibili alle forme gravi. Il 9 gennaio 2020, il CDC cinese ha riferito che è stato identificato un nuovo coronavirus (2019- nCoV) come agente causale ed è stata resa pubblica la sequenza genomica”.

Nella stessa circolare il Ministero “raccomanda la raccolta di campioni clinici di secrezioni respiratorie dal paziente per effettuare i test diagnostici”.

Nell’allegato 1 specifica i casi da valutare: “a. storia di viaggi a Wuhan, provincia di Hubei, Cina, nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia; oppure b. la malattia si verifica in un operatore sanitario che ha lavorato in un ambiente dove si stanno curando pazienti con infezioni respiratorie acute gravi, senza considerare il luogo di residenza o la storia di viaggi. 2. Una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato, senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un’altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica. 3. Una persona con malattia respiratoria acuta di qualsiasi grado di gravità che, nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della malattia, presenta una delle seguenti esposizioni: a. contatto stretto  con un caso confermato sintomatico di infezione da nCoV; oppure b. una struttura sanitaria in un paese in cui sono state segnalate infezioni nosocomiali da nCoV; oppure c. ha visitato o ha lavorato in un mercato di animali vivi a Wuhan, Cina d. contatto stretto con animali (se la fonte animale viene identificata) nei paesi in cui il nCoV è noto che circoli nelle popolazioni animali o dove si sono verificate infezioni umane per presunta trasmissione zoonotica 3 I test dovrebbero essere conformi alle linee guida locali per la gestione delle polmoniti acquisite in comunità”.

Nell’allegato 2 il Ministero specifica come testare la possibile presenza del virus, attraverso campioni biologici. “I campioni biologici raccomandati per la diagnosi di laboratorio per il nuovo coronavirus – scrive il Ministero – sono prelievi di: • alte vie respiratorie (es. tamponi nasofaringeo e/o orofaringeo, aspirato nasofaringeo) • basse vie respiratorie, se possibile (es. sputum, aspirato endotracheale, lavaggio broncoalveolare) Si evidenzia che il risultato negativo di un test condotto su un singolo campione, soprattutto se prelevato dalle alte vie respiratorie, non esclude l’infezione. Pertanto si raccomanda un campionamento ripetuto nel paziente e l’inclusione di campioni dalle basse vie respiratorie nei casi di infezione grave e progressiva. I campioni devono essere immediatamente trasportati in laboratorio e impiegati nella diagnosi molecolare. Eventuale conservazione di questi o parti residue va effettuata secondo le modalità riportate in tabella 1. Si raccomanda inoltre la raccolta e conservazione di campioni di siero in fase acuta e in fase convalescente per eventuali ulteriori indagini sierologiche”.

Nella tabella allegata (vedi fotografia)  si vedono indicate anche le biopsie ma non compare alcuna direttiva in merito alla necessità o alla possibilità di eseguire autopsie in caso di decesso di paziente con Coronavirus.

E’ l’annuncio non di una disattenzione, ma di una precisa scelta, che costerà la vita a molte persone.

La formulazione: “Una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato, senza tener conto del luogo di residenza o storia di viaggio, anche se è stata identificata un’altra eziologia che spiega pienamente la situazione clinica” aveva destato, come sostiene La Verità (19.06.2020),  incertezza nelle strutture regionali, che avevano chiesto chiarimenti.

Dopo pochi giorni, con Circolare 2302 del 27.01.2020, il Ministero ci ripensa e cancella la frase che desta incertezza. La normativa, pertanto rimane pertanto la stessa, meno la frase indicata. Nessun ripensamento sulle autopsie.

Il 6 febbraio fa il giro del mondo la notizia che il medico di Wuhan, Li Wenliang, che aveva denunciato la comparsa del virus il 30 dicembre, è morto dopo due settimane di ricovero in terapia intensiva. Prima ostracizzato, Li Wenliang, è poi diventato un eroe nazionale. Storie di regime.

Nonostante la direttiva ministeriale indichi tra i casi da valutare quelli con una : “storia di viaggi a Wuhan, provincia di Hubei, Cina, nei 14 giorni precedenti l’insorgenza della sintomatologia”, i voli diretti con La Cina vengono chiusi il 31 gennaio, ma rimangono aperte le triangolazioni da Cina a un paese Ue e da un paese Ue all’Italia. Dalla Cina si continua ad andare e venire.

I primi due casi di Coronavirus in Italia sono del 30 gennaio e riguardano due turisti cinesi. Il 21 febbraio si registra il primo morto in Italia e la Procura dispone l’autopsia.

Rimane il fatto che nella tabella già citata sono indicate le autopsie, ma nelle circolari non si parla delle stesse nel caso di morte di un paziente sospetto, misura che sarebbe dovuta essere prescritta in quanto la verifica autoptica consente di capire i danni causati sul soggetto dal virus. La scienza è fatta di verifiche. Una verifica rapida, ripeto, avrebbe salvato molte vite.

Come è noto, il 31 gennaio viene dichiarato lo stato di emergenza. Poi, come purtroppo sappiamo, cominciano le prime morti ed esplode la pandemia. Nessuna autopsia viene eseguita per indicazione ministeriale. Alcune autopsie saranno eseguite a loro rischio e pericolo da medici coscienziosi, scoprendo che i pazienti sono morti non tanto per la grave insufficienza respiratoria provocata dalla polmonite virale, quanto per massicci eventi tromboembolici, ovvero per embolie e trombi dei vasi polmonari, dovuti al danno da parte del virus sulla rete capillare degli alveoli polmonari.

Autopsie disposte sin dai primi casi avrebbero reso evidente il decorso della malattia e fatto risparmiare molte vite, ma le autopsie sono state scoraggiate.

L’8 aprile 2020, dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria viene emanata la circolare numero 12302, nella quale si legge: 

“C. Esami autoptici e riscontri diagnostici

1. Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere allesecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di COVID-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio.

2. L’Autorità Giudiziaria potrà valutare, nella propria autonomia, la possibilità di limitare l’accertamento alla sola ispezione esterna del cadavere in tutti i casi in cui l’autopsia non sia strettamente necessaria. Analogamente le Direzioni sanitarie di ciascuna regione daranno indicazioni finalizzate a limitare lesecuzione dei riscontri diagnostici ai soli casi volti alla diagnosi di causa del decesso, limitando allo stretto necessario quelli da eseguire per motivi di studio e approfondimento”.

Per quale motivo è stato assunto un atteggiamento antiscientifico che ha occultato la realtà della malattia?

Per asserire che non c’è stato alcun divieto a svolgere autopsie ci si attacca, da parte di alcuni esegeti della circolare, al condizionale dell’articolo 1: “non si dovrebbe”, ma il combinato disposto dell’articolo 1 e dell’articolo 2 chiarisce che a decidere di eseguire autopsie e a dare indicazioni saranno l’Autorità Giudiziaria e le Direzioni sanitarie regionali, “limitando allo stretto necessario quelli da eseguire per motivi di studio e approfondimento”.

Sono proprio questi ultimi che avrebbero consentito di salvare molte vite umane.

 “Considerando il mese di marzo – si legge nel report Istat- si osserva a livello medio nazionale una crescita dei decessi per il complesso delle cause del 49,4%. Se si assume come riferimento il periodo che va dal primo decesso Covid-19 riportato al Sistema di Sorveglianza Integrata (20 febbraio) fino al 31 marzo, i decessi passano da 65.592 (media periodo 2015-2019) a 90.946 nel 2020. L’eccesso dei decessi è di 25.354 unità, di questi il 54% è costituito dai morti diagnosticati Covid-19 (13.710)”.

Il Governo è a conoscenza del fatto che ci sono 13.710 defunti a causa del Covid-19, ma nonostante questo, con il combinato disposto degli art. 1 e 2 della circolare 8 aprile 2020 numero 12302, di fatto impedisce alla scienza medica di verificare le cause vere della morte facendo autopsie sui cadaveri prima di avviarli alla cremazione.

La circolare afferma esattamente il contrario di quello che si doveva fare, ossia eseguire le autopsie per motivi di studio e di approfondimento, perché è proprio dalle autopsie fatte da medici coraggiosi, che se ne sono assunti la responsabilità, proprio per studio e approfondimento, che è si è capito come agiva il virus, cambiando di conseguenza le terapie e salvando vite umane.

15 aprile – Nonostante il divieto di fatto del Ministero, alcuni medici coraggiosi hanno eseguito varie autopsie e il 15 aprile, con un articolo su Libero di Melania Rizzoli, viene rivelato che le autopsie eseguite su molti pazienti deceduti in seguito alla infezione da Coronavirus hanno dimostrato che il 23% di essi sono morti non tanto per la grave insufficienza respiratoria provocata dalla polmonite virale, quanto per massicci eventi tromboembolici, ovvero per embolie e trombi dei vasi polmonari, dovuti al danno da parte del virus sulla rete capillare degli alveoli polmonari.

Scrive Melania Rizzoli: “Dati preclinici hanno infatti evidenziato che il Sars-Covid2 si lega all’eparina endogena presente nel sangue, quella prodotta normalmente nell’ organismo per intenderci, inattivandola e rendendola inefficace, con le gravi conseguenze che questo comporta. L’ eparina infatti è un potente anticoagulante naturale che mantiene costante la fluidità del sangue, impedisce l’ aggregazione delle piastrine e quindi la formazione di trombi all’ interno del lume vascolare, trombosi che invece si formano facilmente quando questo importante enzima viene a mancare o reso inoffensivo.

Polmoni distrutti – Per questo motivo da alcune settimane è stato necessario aggiungere alle varie terapie contro il Covid19 anche l’ eparina, già prevista nelle linee guida dell’ Oms per i pazienti infetti, come prevenzione degli eventi tromboembolici, e da ieri autorizzata anche dall’ Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) non tanto come farmaco preventivo, ma curativo degli eventi trombotici in atto. Le immagini radiologiche delle Tac dei pazienti in preda alle polmoniti virali hanno spesso restituito ai radiologi delle fotografie sconvolgenti, mai viste prima in nessun altra patologia, con interi settori polmonari distrutti, addirittura scomparsi in favore di margini sottili di tessuto residuo non respirante, tenuto in vita dalla ventilazione assistita e forzata che, non essendo terapeutica, nulla ha potuto fare in presenza delle tromboembolie dominanti e devastanti che hanno portato a morte un infettato dopo l’ altro. Infatti ventilare un polmone dove il sangue non arriva, perché i suoi vasi portanti sono ostruiti, non serve praticamente a niente, dato che in questi casi il problema non sono le vie respiratorie ad essere occluse, ma quelle cardiovascolari deputate allo scambio vitale di ossigeno con il sangue. Spesso sono state registrate nelle persone ricoverate ed agonizzanti nelle Terapie Intensive anche Coagulazioni Intravascolari Disseminate (Cid) dei vasi polmonari, ovvero trombosi multiple e diffuse, cioè migliaia di microtrombi che ostruivano vene, arterie e capillari in tutto l’ organismo, un evento che quando si verifica diventa inarrestabile, il cui danno endoteliale ha un effetto catastrofico, poiché impedendo i trombi il passaggio di ossigeno a livello tessutale di ogni organo, dal fegato al cervello, tale evento, da sempre riconosciuto di prognosi infausta, porta rapidamente a morte il paziente”.

Il 23 aprile il professor Maurizio Viecca, primario di Cardiologia dell’ospedale Sacco di Milano, dichiara che non è la polmonite, ma una trombosi alla base di tanti decessi per Coronavirus. Il professor Maurizio Viecca, dopo aver affrontato il virus e studiato l’evoluzione della malattia nella fase più acuta, ha messo a punto una terapia a base di antiaggreganti e antinfiammatori già ribattezzato  “protocollo Viecca”, che da quel giorno sulle principali pubblicazioni scientifiche internazionali.

Nonostante i dati che emergono, con la circolare del 2 maggio, che copia quella dell’8 aprile, il Ministero della Sanità continua pervicacemente nell’errore, che a questo punto di errore non si tratta, ma di un vero e proprio intento di impedire l’accertamento della verità.

Al punto 1 della circolare della Circolare N°15280 del 2 maggio 2020 della Direzione generale della prevenzione sanitaria si legge:

1. Per l’intero periodo della fase emergenziale non si dovrebbe procedere all’esecuzione di autopsie o riscontri diagnostici nei casi conclamati di COVID-19, sia se deceduti in corso di ricovero presso un reparto ospedaliero sia se deceduti presso il proprio domicilio.

2. L’Autorità Giudiziaria potrà valutare, nella propria autonomia, la possibilità di limitare l’accertamento alla sola ispezione esterna del cadavere in tutti i casi in cui l’autopsia non sia strettamente necessaria. Analogamente le Direzioni sanitarie di ciascuna regione daranno indicazioni finalizzate a limitare l’esecuzione dei riscontri diagnostici ai soli casi volti alla diagnosi di causa del decesso, limitando allo stretto necessario quelli da eseguire per motivi di studio e approfondimento.

Anche in questo caso, la circolare afferma esattamente il contrario di quello che si doveva fare, ossia eseguire le autopsie per motivi di studio e di approfondimento, perché è proprio dalle autopsie fatte da medici coraggiosi, che se ne sono assunti la responsabilità, proprio per studio e approfondimento, che è si è capito come agiva il virus, cambiando di conseguenza le terapie e salvando vite umane.

Venerdì, 8 maggio viene resa nota una ricerca in base alla quale una fotografia del virus rivela che si muore per insufficienza renale.

La causa della morte non è solo l’insufficienza respiratoria, ma in moltissimi casi è l’insufficienza renale. E’ stato, infatti, immortalato per la prima volta in Europa il coronavirus all’interno di una cellula renale. La scoperta – si legge sul Corriere della Sera – arriva dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche «Mario Negri» di Bergamo. I ricercatori hanno individuato il virus in un campione proveniente da un’autopsia eseguita su un paziente morto al Giovanni XXIII. «Una scoperta che ci fa avanzare nello studio di una cura che vada oltre il focus dei polmoni – spiega il professor Giuseppe Remuzzi, direttore del Mario Negri.

Le autopsie, dunque, rivelano che la morte da Covid-19 è dovuta non ad asfissia, ma a trombosi e insufficienza renale.

Cosa sarebbe accaduto se il Ministero della Salute avesse indirizzato fin dai primi casi di morte a fare autopsie per verificare e studiare? Sarebbe accaduto che molti ammalati non sarebbero morti e che si sarebbero approntate terapie adatte, anziché insistere sulla pratica dell’intubazione e della ventilazione, risultata non solo inutile, ma dannosa.

Il comportamento del Ministero della sanità e del Governo è, come ha detto un gruppo di medici legali, il lockdown della scienza.

Nove scienziati delle Università di Catania, Foggia e Catanzaro hanno denunciato l’assenza di autopsie per i decessi di Covid 19 in Italia in un articolo pubblicato il 14 maggio sul “Journal of clinical medicine. Il gruppo di ricerca è composto da medici legali, anestesisti rianimatori, biochimici e genetisti forensi – Monica Salerno, Francesco Sessa, Amalia Piscopo, Angelo Montana, Marco Torrisi, Federico Patanè, Paolo Murabito, Giovanni Li Volti – e coordinato da Cristoforo Pomara, ordinario di medicina legale dell’Università di Catania, considerato uno dei massimi esperti internazionali in tema di autopsia giudiziaria e autore di uno dei testi sulle autopsie più diffuso al mondo. “Un’opportunità mancata – scrivono gli scienziati – poiché l’assenza di indagini post mortem per i decessi di Covid 19 significa non aver potuto “fotografare” cosa realmente sia avvenuto dentro l’organismo umano colpito da virus e, dunque, comprendere dinamiche e decidere terapie. E’ importante anche sollevare una questione politica poiché sebbene l’OMS abbia suggerito di eseguire autopsie per le persone decedute con Covid19, molti governi, compresa l’Italia, non hanno fornito strumenti adeguati per eseguire un numero sufficiente di autopsie. Anzi, il ministero della Salute scoraggiò l’uso della pratica dell’autopsia nelle morti Cobid 19: stiamo dunque vivendo l’incredibile situazione di avere, purtroppo, migliaia di morti ma quasi nessuna autopsia”.

© Silvano Danesi

About Silvano Danesi

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *