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L’EREDITÀ DI TRUMP È LA STABILIAZZAZIONE DEL MEDIO ORIENTE E UN MUTAMENTO DI DESTINO DELL’AREA.

L’EREDITÀ DI TRUMP È LA STABILIAZZAZIONE DEL MEDIO ORIENTE E UN MUTAMENTO DI DESTINO DELL’AREA.

Di Silvano Danesi

La posta in gioco della diplomazia dell’amministrazione Trump nel Medio Oriente è di altissimo profilo e di grande interesse strategico, in quanto non riguarda solamente il rapporto con l’Iran, ma una grande idea di sviluppo dell’area che, per essere concretizzata, necessita della tecnologia più avanzata, di enormi investimenti e di grandi opportunità di lavoro. Chiudere la partita prima che subentri negli Usa, se così sarà, l’amministrazione Biden, non è solo mettere sul terreno un fatto compiuto irreversibile di una grande alleanza araba (una sorta di Stati Uniti Arabi Sunniti) con Israele, ma dare il via ad un mutamento politico, economico e geostrategico che cambia gli assetti del mondo.

Uno degli scenari di questo grande gioco si svolge sul Mar Rosso, nei pressi di Sharm El Sheikh. La nota località balneare, scoperta e iniziata dagli israeliani dopo la guerra del Sinai, è ora considerata un gioiello dello Stato egiziano.

Circondata da un muro di protezione e divenuta impenetrabile, la zona di Sharm El Sheikh, collegata al Cairo da un’autostrada a otto corsie, già praticamente finita e con l’aeroporto in fase di allargamento (diventerà più grande di quello del Kuwait), sarà l’avamposto dell’Egitto verso la città del futuro dell’Arabia Saudita.

Sin qui la notizia potrebbe essere di importanza commerciale e turistica, ma a rendere strategica l’area sono i ponti in costruzione che collegheranno, a nord di Sharm El Sheikh, il Sinai con l’Isola di Tirana e da lì con l’Arabia Saudita. L’Isola di Tirana sarà inoltre collegata con l’isola di Sanafir, a sua volta collegata con gli isolotti dell’arcipelago.

Nella zona sorgerà Neom, la più grande città moderna e tecnologica del mondo arabo, che coinvolgerà un territorio enorme e che coinvolgerà gran parte del Golfo di Aqaba.

In quest’area del Mar Rosso si sta creando una grande area di interconnessione tra Egitto e Arabia Saudita, con un inevitabile ricaduta positiva per Israele.

Sul Golfo di Aqaba si affaccia, infatti, l’unico porto di Israele sul Mar Rosso, punta di quello stretto lembo di terra che si incunea tra Egitto e Giordania.

E’ evidente, pertanto, che la distensione in atto avrà conseguenze anche sullo sviluppo dell’area israeliana e per i flussi di navigazione dello Stato ebraico nel Golfo.

Vediamo i dettagli.

Il ponte è di 32 chilometri e unirà, via terra, le due principali potenze sunnite e arabe, cosicché l’asse Riad-Il Cairo torna a modellare il Medio Oriente e fra qualche anno si potrà viaggiare fra le due capitali in auto.

I Paesi arabi dell’Africa e dell’Asia saranno di nuovo uniti da una via terrestre, dopo che la nascita di Israele nel 1948 li aveva separati.

Le nuove vie di comunicazione daranno la possibilità ai pellegrini islamici africani di arrivare via terra alla Mecca, dando vita ad un flusso turistico e religioso di enorme portata e, nell’altro senso, daranno alle località turistiche egiziane uno sviluppo ulteriore.

Le località turistiche del Sinai, prima di tutto Sharm el-Sheikh, saranno infatti collegate alle ricche città della costa arabica del Mar Rosso e la clientela saudita potrà in parte sostituire quella europea.

Il primo progetto del ponte è del 1998 e stava per essere realizzato da Hosni Mubarak nel 2011. Poi la Primavera araba, promossa e sostenuta dall’amministrazione Obama e dalla politica estera di Hillary Clinton, ha bloccato tutto.

Con Al-Sisi il progetto è ripartito. La via d’accesso saudita sarà a Ras Hamid, il ponte poggerà su piloni nelle acque basse fino all’isola di Tiran, poi proseguirà, con parti sospese sopra i punti più profondi degli Stretti di Tiran, fino alla città egiziana di Ras Nasrani.

Il costo è stimato in 5 miliardi di dollari, ripagabili in 10 anni di pedaggi. Una delle sfide maggiori sarà la tutela dell’ambiente. Gli Stretti di Tiran sono un susseguirsi di acque basse dai fondali ricchi di pesce e barriere coralline, con tre «canali» naturali, profondi 290, 73 e 16 metri, che permettono il passaggio delle navi mercantili. Attraverso gli Stretti di Tiran arrivano gran parte delle merci dall’Asia verso Israele e Giordania, che hanno porti nel Golfo di Aqaba.

Per questo gli Stretti di Tiran sono strategici e sono stati la causa scatenante della guerra del 1967, quando Israele occupò il Sinai in sei giorni, perché temeva fra l’altro la chiusura della via d’acqua.

In seguito, con i trattati di pace, la zona è stata messa sotto il controllo dell’MFO, la Multinational Force & Observers, una missione di cosiddetto «peacekeeping», che ha sede a Roma. L’area, pertanto, coinvolge direttamente la diplomazia italiana.

Sull’isola di Tiran c’è infatti una postazione operativa remota (la OP3-11) della MFO, la Multinational Force & Observers, una presenza militare, nata proprio in seguito alla firma degli Accordi di pace tra Egitto e Israele. 

L’MFO è un’organizzazione internazionale indipendente per il mantenimento della pace tra la Repubblica Araba d’Egitto e lo Stato d’Israele, sancita dal Trattato di Pace di Camp David del 26 maggio 1979, con l’obiettivo di assicurare la libertà di navigazione nello stretto di Tiran (Mar Rosso), nel rispetto dell’art. 5 del Trattato. Con gli accordi trilaterali di Camp David (USA, Egitto, Israele), Israele restituiva all’Egitto il territorio della penisola del Sinai, occupato nella guerra del 1967, a condizione che l’intera area fosse demilitarizzata e sorvegliata da una forza multinazionale. La partecipazione dell’Italia è stata stabilita con l’accordo del 16 marzo 1982 tra il Governo della Repubblica italiana e il direttore generale della Forza multinazionale e di osservatori. L’Italia ha la responsabilità primaria nell’effettuare pattugliamenti navali nello Stretto di Tiran e nelle sue vicinanze, con tre dragamine e l’impiego massimo di 90 unità di personale.

La MFO fa capo ad un Direttore Generale. Questi esercita la sua autorità per mezzo del suo staff presso il Quartiere Generale a Roma, attraverso i suoi Rappresentanti a Il Cairo e a Tel Aviv e per mezzo del Comandante della Forza (Force Commander). Quest’ultimo dispone, a sua volta, di uno staff militare dislocato in Egitto, nella penisola del Sinai.

La MFO è insediata nella fascia orientale della Penisola del Sinai (denominata “area Charlie”) e oggi consta di una base principale nel Sud del Sinai (South Camp), situata direttamente sul mare presso la città di Sharm el Sheikh, una Forward Operating Base nella Nord del Sinai (FOB-N), nei pressi della città di El Gorah, posta a circa 45 km dal mare e circa 35 km dal confine Israeliano, e da diversi siti remoti dislocati, da Sud a Nord, lungo la fascia orientale della Penisola del Sinai.

Il nuovo assetto dell’area avrà un impatto di valore mondiale. Neom, la nuova realtà tecnologica che sta sorgendo di fronte a Sharm El Sheikh, la smart city dell’Arabia Saudita, sarà più grande sette volte di Milano.

La smart city rappresenta il più costoso e ambizioso progetto nell’intero panorama di ammodernamento saudita. L’intero intervento occuperà un’area di 26.500 chilometri quadrati nel nord-ovest dell’Arabia Saudita, nella provincia di Tabuk, tra il Mar Rosso e il Golfo di Aqaba. Luoghi pressoché desertici, saranno interessati globalmente da un investimento di 500 miliardi di dollari.

La nuova città avrà 6,5 milioni di abitanti, 650 chilometri di strade, un aeroporto internazionale, 1200 moschee e chiese, più di 500 ospedali e cliniche, 21 zone residenziali, un parco più grande del Central Park, un fiume artificiale e più di 20 grattacieli.

Fonti rinnovabili, connessioni internet libere e ultra veloci in tutte le zone della città, trasporti che sfrutteranno la tecnologia driverless con mezzi a guida autonoma, questo il futuro a cui aspira Neom: niente traffico, smart mobility, connettività, droni, rispetto dell’ambiente, sicurezza attraverso un sofisticato sistema basato su big data, intelligenza artificiale e riconoscimento facciale e ovviamente attrattività globale, con hub tecnologici e industriali incastonati in una zona franca, ma anche ampio spazio per intrattenimento e vita sociale.

Alle spalle di questo importante progetto ci sono non solo scelte di carattere urbanistico e logistico, ma anche a sfondo sociale: più libertà per le donne, più libertà per le imprese, più cultura e più turismo insieme alla ridefinizione dello spazio urbano. L’Arabia Saudita, grazie a queste riforme del principe Mohammad bin Salman, continua l’apertura verso il mondo di un paese finora considerato un’inespugnabile roccaforte dell’Islam più radicale.

Un processo questo che avviene attraverso scelte mirate di carattere urbano, ma orientate verso un radicale processo di mutazione culturale e sociale, obiettivi raggiungibili con scelte precise e determinate.

Queste scelte e decisioni sono in linea con il Saudi Arabia Vision 2030, il piano di sviluppo socio-economico approvato dal Consiglio dei Ministri del Regno, il 25 aprile 2016. Saudi Vision 2030 pone l’accento sulle riforme strutturali, le privatizzazioni e lo sviluppo delle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di diversificare l’economia, creare nuove opportunità di lavoro e innalzare la qualità della vita nel paese. 

I sauditi hanno capito che devono cambiare marcia per restare leader economici della regione, rendendo allo stesso tempo la propria immagine più benevola e soprattutto più moderna.

Lo sviluppo dell’area avrà conseguenze anche sull’intero assetto del Mar Rosso, strategica via di comunicazione tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Atlantico, passando per il Mediterraneo.

Se considerato insieme a quanto avviene nel Golfo Persico, quanto sta avvenendo nel Mar Rosso costituisce la più importante operazione di stabilizzazione del Medio Oriente. L’esatto contrario di quanto è stato fatto dalle amministrazioni Bush e Obama, che hanno destabilizzato il Medio oriente e il Nord Africa.

In questo quadrante della geopolitica mondiale l’Italia, oggi governata da un grumo di potere giallo rosso, è sostanzialmente assente, nonostante la sua presenza legata all’MFO. L’Italia non ha una politica marittima, impegnata com’è a tener fede al Memorandum inutile e dannoso stipulato con la Cina e protesa alla subordinazione nei confronti dell’asse franco-tedesco. L’Italia non ha più una politica estera degna di questo nome. L’Italia è il Paese dell’app Io e si chiede: “Chi sono io?”. La risposta è: “Sono assente e bipolare, schiava di una politica insensata”.

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