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CHECK AND BALANCE, UNA PRATICA FINITA NELL’AMERICA DI BIDEN

CHECK AND BALANCE, UNA PRATICA FINITA NELL’AMERICA DI BIDEN

Di Silvano Danesi

Check and balance sta per controllo e bilanciamento reciproco ed è la modalità con la quale, come dice Noam Chomsky, “siamo diventati una società governata dal mondo degli affari, a livello assoluto”. Così Noam Chomsky stigmatizzava la deriva antidemocratica degli anni scorsi negli Stati Uniti e aggiungeva: “Non esistono partiti politici. I media sono monopolio dell’industria e sostengono tutti la stessa ideologia. I due partiti esistenti sono due fazioni del partito degli affari”.

Scrivendo del decennio che ha visto alternarsi le amministrazioni Bush e Obama, Noam Chomsky ((Chi sono i padroni del mondo) scrive che “nell’ultimo decennio il 95 % della crescita è confluito nelle tasche dell’1% della popolazione, e la fetta più grossa solo a una parte di quall’1%. Il reddito reale medio è agli stessi livelli di venticinque anni fa . Per gli uomini è inferiore a quello del 1968. La quota del lavoro sul prodotto è scesa ai livelli minimi dalla Seconda guerra mondiale. Ciò non è il risultato di misteriori meccanismi di mercato o leggi economiche ma, anche in questo caso, dall’«indispensabile» supporto e intervento del governo, che è manovrato dalle multinazionali”.

Ieri, Il Fattoquotidiano, in un sussulto di attenzione alle dinamiche reali, titolava: “Usa, le scelte di Joe Biden: la Casa Bianca assomiglia sempre di più ad una succursale del colosso finanziario Blackrock” e aggiungeva: “Si moltiplicano le nomine di finanzieri nelle posizione chiave della nuova Casa Bianca. Intanto si scopre che negli ultimi due anni il nuovo segretario al Tesoro Janet Yellen ha incassato 7 milioni di euro grazie ai suoi interventi alle convention delle principali banche e fondi speculativi del mondo. La contiguità tra Wall Street e Casa Bianca non è una novità ma nel 2016 costò l’elezione a Hillary Clinton”.

Quanto è avvenuto negli Stati Uniti, al di là di quello che accadrà in questi giorni e nei prossimi mesi, se conferma, per una parte, quanto sostiene Chomsky, dall’altra ci ha fatto assistere alla  fine del “Check and balance”. L’America va verso la presa d’atto della fine di una modalità che ha consentito a Dem e Repubblicani di alternarsi al potere in una sorta di intesa sotterranea emersa in tutta la sua evidenza in questi giorni, dove la vecchia parte del Gop ha giocato con le stesse carte del Partito democratico.

Al netto del vociare della stampa mainstream e di social direttamente interessati nella contesa, dal 6 gennaio è del tutto evidente che il vecchio Gop è finito e il suo ultimo colpo di coda lo ha dato con Mike Pence e con Mitch McConnell.

Ora si apre una stagione del tutto nuova e imprevedibile, ma nulla sarà più come prima.

Un’analisi più attenta alle dinamiche presuppone di capire le reazioni che ci saranno in questi giorni nei vari Stati, nei vari parlamenti e tra le migliaia di manifestanti, ma il dato certo è il de profundis del vecchio partito Repubblicano dei Bush e dei Kissinger.

I Dem non avranno più la sponda e non ci saranno più, come dice Chomsky, due fazioni di un unico partito. Ora i partiti sono due e l’America vive una polarizzazione reale di interessi contrapposti che non presuppone accordi sotterranei. Cosa accadrà lo vedremo, ma siamo ormai ad una svolta storica.

A dimostrarlo non sono le dichiarazioni di questo o di quel comunicatore, ma i dati di un sentiment esistente, che vede, stando ai sondaggio di YouGov gli elettori repubblicani fortemente determinati e non allineati con i repubblicani del vecchio Gop.

Il sondaggio YouGov Direct, su 1.397 elettori registrati che avevano sentito parlare dell’evento, rileva che la maggior parte (62%) degli elettori percepisce queste azioni come una minaccia per la democrazia. I democratici (93%) la vedono in modo schiacciante in questo modo, mentre anche la maggior parte (55%) degli indipendenti è d’accordo.

Tra i repubblicani, tuttavia, solo un quarto (27%) pensa che questo dovrebbe essere considerato una minaccia per la democrazia, con due terzi (68%) che dicono il contrario.

Molti repubblicani, infatti, (45%) sostengono attivamente le azioni di chi è al Campidoglio, anche se altrettanti hanno espresso la loro opposizione (43%).

Un sondaggio continuo di Rasmussen è altrettanto indicativo.

Il sondaggio indica come, anche dopo gli avvenimenti del 6 gennaio, approvazione e disapprovazione non si siano spostati di molto.

Anzi, se rapportati ai dati di dicembre, danno un quadro migliorato per Trump.

Trump, in questo contesto, ha condannato l’accaduto e ha assicurato una transizione tranquilla, ma ha anche detto che non andrà alla cerimonia di insediamento di Joe Biden e ha promesso ai suoi sostenitori di continuare la battaglia politica con una “voce gigantesca”.

Su Twitter venerdì mattina, Trump ha scritto: “I 75.000.000 di grandi patrioti americani che hanno votato per me, AMERICA FIRST, e MAKE AMERICA GREAT STILL, avranno una VOCE GIGANTE per molto tempo nel futuro. Non verranno mancati di rispetto o trattati ingiustamente in alcun modo, forma o forma !!!”

La sua ultima dichiarazione è arrivata 15 ore dopo il rilascio di un video su Twitter in cui Trump ha chiesto “guarigione e riconciliazione” nella nazione e ha promesso una “transizione di potere regolare, ordinata e senza soluzione di continuità”.

La fine del vecchio Partito Repubblicano ha già fatto i primi passi, con la rielezione, venerdi,  all’unanimità di Ronna McDaniel, scelta dal presidente Donald Trump per guidare il Comitato nazionale repubblicano poco dopo le sue elezioni del 2016.

Il Comitato nazionale repubblicano – secondo The Washington Examiner – in genere, sceglie un nuovo leader dopo che un presidente in carica del GOP perde o lascia l’incarico, ma i 168 membri votanti del comitato sono stati d’accordo con l’approvazione di Trump della McDaniel.

I membri eletti del Comitato nazionale repubblicano di solito prendono il controllo del comitato e votano un nuovo leader dopo che un presidente repubblicano perde la rielezione o lascia l’incarico dopo due mandati. Ma, dopo che ha perso contro il presidente eletto Joe Biden, Trump si è mosso per mantenere la presa sul partito nazionale appoggiando McDaniel, segnalando che aveva pianificato un’altra corsa alla Casa Bianca nel 2024. I 168 membri votanti del RNC, la maggior parte dei quali fedeli al presidente uscente, è stato d’accordo.

In un discorso dopo la sua rielezione, McDaniel – secondo quanto riportato da Fox News – ha promesso di aiutare il Partito Repubblicano a riconquistare la maggioranza alla Camera e al Senato nel 2022.

Un segnale di come stiano le cose nella casa dell’Elefante è anche nella diversità di comportamenti di Trump e di Bush.

Donald Trump afferma che non parteciperà all’inaugurazione del presidente eletto Joe Biden il 20 gennaio. In un tweet di venerdi mattina, Trump ha annunciato: “A tutti coloro che hanno chiesto, non andrò all’inaugurazione il 20 gennaio”. Reuters, citando fonti anonime, ha detto che dovrebbe recarsi in Florida un giorno prima del giorno dell’inaugurazione.

Sarà Mike Pence a presenziare al giuramento di Joe Biden, così come presenzieranno l’ex presidente George W. Bush e sua moglie Laura. Il loro portavoce, Freddy Ford, ha dichiarato: “Il presidente e la signora Bush non vedono l’ora di tornare in Campidoglio per il giuramento del presidente Biden e del vicepresidente Harris”. L’annuncio di Bush è arrivato un giorno prima che il Congresso si riunisse per una sessione congiunta per confermare il voto del Collegio elettorale vinto da Biden. 

E’ del tutto evidente che per il Gop siamo arrivati al capolinea. Cosa farà Trump non è ancora chiaro e non sarà chiaro, probabilmente, fino all’insediamento di Biden, quando l’attuale presidente sarà diventato un normale cittadino, libero di agire come leader politico con alle spalle un consenso di 75 milioni di voti e con una percentuale di elettori repubblicani, pari al 68 per cento, secondo l’indagine di YouGov, che ritengono che la buffonata del Campidoglio non rappresenti un pericolo per la democrazia.

Vedremo cosa accadrà negli Stati, nei parlamenti dei singoli Stati e nello schierarsi dei politici repubblicani, ma non è scontato che possa anche nascere un partito nuovo.

Ormai la questione americana non è più tra Trump e Biden, ma tra un vecchio equilibrio, fatto di scambi trasversali tra Gop e Dem, e una polarizzazione netta, con da una parte i produttori della classe lavoratrice e della classe media e dall’altro le élite asserragliate nei fortini di alcune grandi città e forti dei rapporti con Bigh Paharma, Big Tech e Big Money.

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