Blog Post

DOPO SESSANT’ANNI, LA PROFEZIA DI DWIGHT EISENHOWER, PRONUNCIATA NEL SUO DISCORSO DI ADDIO ALLA CASA BIANCA, SI AVVERA.

DOPO SESSANT’ANNI, LA PROFEZIA DI DWIGHT EISENHOWER, PRONUNCIATA NEL SUO DISCORSO DI ADDIO ALLA CASA BIANCA, SI AVVERA.

Di Silvano Danesi.

Siamo nel 1961. Il presidente uscente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower, tre giorni prima dell’inaugurazione di John F. Kennedy, pronunciò il suo discorso di addio al popolo americano. Parlando in televisione, Eisenhower mise in guardia contro i pericoli di un crescente “complesso militare-industriale” mentre esprimeva speranze per la pace e il disarmo. La sua profezia si sta avverando. In questi giorni, esattamente sessanta anni dopo, il generale Dave Goldfein ha annunciato di essere diventato senior advisor di Blackstone, il gestore finanziario di fondi più potente del mondo e il vero dominus di Wall Street.

David Lee Goldfein è un generale a quattro stelle,  in pensione della United States Air Force dal 1° ottobre 2020, il quale ha servito per ultimo come 21 ° capo di stato maggiore dell’Air Force. In precedenza ha ricoperto il ruolo di vice capo di stato maggiore dell’aeronautica militare.

Vediamo cosa profetizzò il presidente  Dwight Eisenhower.

“Buonasera, miei concittadini americani … Tra tre giorni, dopo mezzo secolo al servizio del nostro Paese, declinerò le responsabilità dell’ufficio poiché, nella cerimonia tradizionale e solenne, l’autorità della Presidenza è conferita al mio successore. Questa sera, vengo da voi con un messaggio di commiato e addio, e per condividere alcuni pensieri finali con voi, miei concittadini …

Siamo ormai dieci anni oltre la metà di un secolo che ha visto quattro grandi guerre tra grandi nazioni. Tre di queste hanno coinvolto il nostro paese. Nonostante questi olocausti, l’America è oggi la nazione più forte, influente e più produttiva del mondo. Comprensibilmente orgogliosi di questa preminenza, ci rendiamo ancora conto che la leadership e il prestigio dell’America dipendono non solo dal nostro progresso materiale senza pari, dalla ricchezza e dalla forza militare, ma da come usiamo il nostro potere nell’interesse della pace mondiale e del miglioramento umano.

Durante l’avventura dell’America nel libero governo, i nostri scopi fondamentali sono stati di mantenere la pace, promuovere il progresso nella realizzazione umana e accrescere la libertà, la dignità e l’integrità tra i popoli e tra le nazioni. Impegnarsi per meno sarebbe indegno di un popolo libero e religioso. Qualsiasi fallimento riconducibile all’arroganza, o alla nostra mancanza di comprensione, o alla disponibilità al sacrificio ci infliggerebbe un grave dolore, sia in patria, sia all’estero …

Minacce, nuove per natura o grado, sorgono costantemente. Di questi, ne cito solo due.

Un elemento vitale per mantenere la pace è il nostro stabilimento militare. Le nostre braccia devono essere potenti, pronte per un’azione istantanea, in modo che nessun potenziale aggressore possa essere tentato di rischiare la propria distruzione. La nostra organizzazione militare oggi ha poche relazioni con quelle conosciute da nessuno dei miei predecessori in tempo di pace, o, in verità, dai combattenti della Seconda Guerra Mondiale o della Corea.

Fino all’ultimo dei nostri conflitti mondiali, gli Stati Uniti non avevano industria degli armamenti. I fabbricanti americani di vomeri potevano, con il tempo e quanto basta, anche fabbricare spade. Ma non possiamo più rischiare l’improvvisazione di emergenza della difesa nazionale. Siamo stati costretti a creare un’industria di armamenti permanente di vaste proporzioni. Inoltre, tre milioni e mezzo di uomini e donne sono direttamente coinvolti nell’establishment della difesa. Ogni anno spendiamo solo per la sicurezza militare più del reddito netto di tutte le società degli Stati Uniti.

Ora questa unione di un immenso stabilimento militare e di una grande industria di armi è nuova nell’esperienza americana. L’influenza totale – economica, politica, persino spirituale – si fa sentire in ogni città, ogni Statehouse, ogni ufficio del governo federale. Riconosciamo la necessità imperativa di questo sviluppo. Tuttavia, non dobbiamo mancare di comprendere le sue gravi implicazioni. Sono coinvolti il ​​nostro lavoro, le nostre risorse e il nostro sostentamento. Così è la struttura stessa della nostra società.

Nei consigli di governo, dobbiamo guardarci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, cercata o meno, dal complesso militare-industriale. Il potenziale per il disastroso aumento del potere fuori luogo esiste e persisterà. Non dobbiamo mai lasciare che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i processi democratici. Non dovremmo dare nulla per scontato. Solo una cittadinanza attenta e ben informata può obbligare a unire adeguatamente l’enorme apparato di difesa industriale e militare con i nostri metodi e obiettivi pacifici, in modo che la sicurezza e la libertà possano prosperare insieme …

Il disarmo, con reciproco onore e fiducia, è un imperativo costante. Insieme dobbiamo imparare a comporre le differenze, non con le armi, ma con intelletto e scopo decente. Poiché questa esigenza è così acuta ed evidente, confesso che ho stabilito le mie responsabilità ufficiali in questo campo con un preciso senso di delusione. Come uno che ha assistito all’orrore e alla persistente tristezza della guerra, come uno che sa che un’altra guerra potrebbe distruggere completamente questa civiltà che è stata costruita così lentamente e dolorosamente per migliaia di anni, vorrei poter dire stasera che una pace duratura è intuizione.

Fortunatamente, posso dire che la guerra è stata evitata. Sono stati compiuti progressi costanti verso il nostro obiettivo finale. Ma resta ancora molto da fare. In quanto privato cittadino, non smetterò mai di fare quel poco che posso per aiutare il mondo ad avanzare su questa strada …

Ora, venerdì a mezzogiorno, devo diventare un privato cittadino. Sono orgoglioso di farlo. Non vedo l’ora di farlo. Grazie e buona notte.”

La profezia si sta avverando. I Dem e RINO (Republicans In Name only), ossia i repubblicani solo di nome, il vecchio Gop dei Bush, hanno sempre fatto guerre e, con tutta probabilità le faranno, visto che il bilancio degli Usa è occupato per circa una metà da spese militari (740 miliardi di dollari per il 2021).

Trump, nonostante la narrazione della propaganda main stream lo abbia dipinto come un guerrafondaio, non ha fatto una sola guerra e ha ritirato militari dai teatri dove gli Usa erano impegnati.

Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, Harry Truman (1945-1953, democratico) è stato l’uomo della Guerra di Corea, mentre Dwight D. Eisenhower (1953-1961, repubblicano) ereditò la Guerra di Corea e giunse all’armistizio, ma impegnandosi nell’escalation della Guerra Fredda: aveva l’idea che gli americani dovessero essere più aggressivi nei confronti di Mosca. 

John Fitzgerlad Kennedy (1961-1963, democratico) portò in pochi mesi i consiglieri militari statunitensi in Vietnam da qualche centinaio a 16.000 e, di fatto, fu l’iniziatore del conflitto che avrebbe segnato l’America per generazioni. Fu anche il presidente della Baia dei Porci, e cioè del tentativo, fallito, di invadere la Cuba di Fidel Castro.

Lyndon Johnson (1963-1969, democratico) fu colui che prese il posto di Kennedy e verrà ricordato per l’escalation della Guerra del Vietnam. Nel 1965, Johnson ordinò anche l’invasione della Repubblica Domenicana per rovesciare il governo socialista di Juan Bosch Gavino. 

Richard Nixon (1969-1974, repubblicano) chiuse la guerra in Vietnam dopo un’escalation di bombardamenti a tappeto sulle città e le campagne del Nord e, segretamente, in Cambogia e Laos. Divenne, nonostante non lo avesse iniziato, il simbolo negativo di quel conflitto.

Gerald Ford (1974-1977, repubblicano): il successore di Nixon, dopo le sue dimissioni, non combatté tecnicamente alcuna guerra, anche se chiese al Congresso il permesso di farne una. Infatti, nonostante gli accordi di Pace di Parigi del 1973, nel dicembre del 1974, le colonne militari nord-vietnamite si diressero verso il Sud e il governo sud-vietnamita chiese aiuto agli Usa. Ford allora decise l’intervento, ma Capitol Hill disse di no. 

Jimmy Carter (1977-1981, democratico)quando l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan mandò aiuti militari segreti ai mujaheddin afghani, attraverso i sauditi e i pachistani. Fu la sua guerra e l’embrione di quella che divenne la jihad di Osama Bin Laden contro gli Stati Uniti. Carter fallì anche il blitz militare per liberare gli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran.

Ronald Reagan (1981-1989, repubblicano), dopo aver chiuso la Guerra Fredda, fu protagonista di due azioni militari: l’invasione di Grenada nel 1983, decisa perché un regime filo marxista non si affiancasse a quello di cubano in quell’area; il bombardamento di Tripoli nel 1986 con l’obiettivo di colpire Gheddafi. 

George H. W. Bush (1989-1993, repubblicano) combatté e vinse la prima guerra del Golfo, dopo l’invasione da parte di Saddam Hussein del Kuwait. Diede anche l’ordine di invadere Panama: nel dicembre del 1989, 24.000 soldati americani sbarcarono nel piccolo, ma importantissimo stato del Centroamerica per abbattere il dittatore Manuel Noriega.

Bill Clinton (1993-2001, democratico) inviò e poi ritirò le truppe americane dalla Somalia. Due anni dopo, ordinò i raid aerei contro i serbi di Bosnia per costringerli a trattare e, dopo gli accordi di Dayton, dispiegò una forza di pace nei Balcani. Nel 1998, in risposta agli attentati di Al Qaeda, per ritorsione fece bombardare obiettivi in Afghanistan e in Sudan. Un anno dopo, il teatro di guerra tornò ad essere i Balcani: gli Usa furono protagonisti della Guerra del Kosovo e della caduta di Milosevic. 

George W. Bush (2001-2009, repubblicano) è il presidente delle due ultime guerre americane (a questo punto, “penultime”) in grande stile: Afghanistan e Iraq come risposta all’attacco delle Torri Gemelle. Se la prima ebbe l’appoggio di quasi tutti gli americani, la seconda invece venne largamente contestata dall’opinione pubblica statunitense e mondiale. 

Barack Obama (2009-2017, democratico), contrario all’invasione dell’Iraq, eletto per far tornare le truppe a casa da Bagdad e Kabul e vincitore del preventivo Nobel per la Pace, oltre ai noti interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan, ha bombardato anche lo Yemen, la Somalia e il Pakistan. Secondo alcuni analisti è stato il presidente americano che ha tenuto in guerra gli Stati Uniti per più tempo. 

Le premesse storiche sono queste. Veniamo ad oggi e al prossimo futuro.

In una lettera inviata al Congresso, il direttore dell’Intelligence statunitense John Ratcliffe ha dichiarato che la Cina ha interferito nelle elezioni presidenziali del 2020 e ha sostenuto che le indagini dell’intelligence sulle interferenze elettorali della Cina sono state ostacolate dalla Central Intelligence Agency (Cia), che avrebbe fatto pressioni affinché i ricercatori abbandonassero questa pista.

Citando un resoconto del perito della Comunità dell’Intelligence Barry Zulauf, Ratcliffe ha anche dichiarato che alcuni ricercatori sono stati riluttanti a definire le attività della Cina come interferenze elettorali, per evitare di giustificare decisioni del governo Trump che non approvavano.

Il Washington Examiner ha pubblicato la lettera di Ratcliffe e il resoconto del perito il 17 gennaio, dieci giorni dopo la pubblicazione ufficiale dei documenti.

L’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale (Odni) non ha risposto alla richiesta dell’edizione americana di Epoch Times di certificare l’autenticità dei documenti.

Ad ogni modo, nella lettera, Ratcliffe ha scritto: «Sulla base di tutte le fonti di intelligence disponibili, con standard applicati in modo coerente, e raggiunte indipendentemente da considerazioni politiche o da indebite pressioni, [concludo, ndt] che la Repubblica Popolare Cinese ha cercato di influenzare le elezioni federali del 2020 negli Stati Uniti».

Il rapporto di Zulauf, il perito delle analisi della Comunità dell’Intelligence, è stato inviato al Congresso il 7 gennaio, insieme a una valutazione della comunità dell’intelligence sulle interferenze nelle elezioni del 2020. Nel rapporto Zulauf afferma che gli analisti che lavorano su Russia e Cina hanno applicato standard diversi nei loro studi sulle interferenze elettorali. Pur avendo definito l’attività della Russia come una chiara interferenza elettorale, gli analisti erano riluttanti a fare lo stesso per la Cina: «A fronte delle differenze analitiche nel modo in cui i ricercatori su Russia e Cina hanno esaminato i loro obiettivi, gli analisti sulla Cina sono apparsi esitanti nel considerare le azioni cinesi come un’indebita influenza o interferenza – ha scritto Zulauf – Questi analisti sono apparsi riluttanti a portare avanti le loro ricerche sulla Cina perché tendevano a non essere d’accordo con le politiche del governo, affermando, di fatto, “non voglio che le nostre informazioni vengano usate per sostenere quelle politiche”».

Il resoconto di Zulauf afferma che la politicizzazione si è verificata in relazione sia all’interferenza elettorale della Russia sia a quella della Cina. Zulauf ha concluso che né i leader delle comunità di intelligence, né gli analisti sono colpevoli, attribuendo invece la colpa all’atmosfera iper-partigiana degli Stati Uniti: «Nella maggior parte dei casi, quello che vediamo è l’intero sistema che risponde e resiste alle pressioni esterne, e non vediamo, invece, tentativi di politicizzare l’intelligence da parte dei nostri leader o analisti».

Il rapporto afferma che i ricercatori che studiavano l’interferenza elettorale della Russia si sono lamentati ché la dirigenza della comunità di intelligence è stata riluttante a trasmettere le loro analisi al governo perché il lavoro non era «ben accolto». Secondo Zulauf, «gli analisti hanno considerato ciò come una repressione dell’intelligence, al limite della politicizzazione dell’intelligence dall’alto».

Ad ogni modo, l’edizione americana di Epoch Times ha documentato da tempo una campagna di influenza elettorale su più fronti legata al Partito Comunista Cinese (Pcc). Mentre Ratcliffe ha scritto in un suo articolo editoriale del 3 dicembre che il Pcc «rappresenta la più grande minaccia per l’America di oggi, e la più grande minaccia alla democrazia e alla libertà in tutto il mondo dalla seconda guerra mondiale».

«L’intelligence è chiara: Pechino intende dominare gli Stati Uniti e il resto del pianeta economicamente, militarmente e tecnologicamente – ha detto Ratcliffe – Molte delle principali iniziative pubbliche della Cina e delle aziende di spicco costituiscono solo uno strato di copertura delle attività del Partito Comunista Cinese».

La lettera di John Ratcliffe mette in evidenza una profonda spaccatura nell’intelligence americana che segna un’indicazione possibile anche di un’altrettanta spaccatura nel deep state.

In ragione di quanto sin qui considerato sin qui, quali possono essere i prossimi scenari di guerra?

La domanda è non solo legittima, ma attuale.

About Silvano Danesi

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.